Brand kit aziendale: Totò e Peppino con colbacchi e pellicce alla stazione di Milano, come un marchio usato senza regole condivise

Brand kit aziendale: come prepararlo perché anche l’AI rispetti la tua immagine

Qualche settimana fa mi è arrivata una presentazione aziendale fatta con l’AI. I contenuti erano corretti. Il logo invece era stato preso dal sito, in negativo, e chiuso in un rettangolo scuro con gli angoli arrotondati. L’icona era ingrandita e aveva la sfumatura sbagliata. Nessuno aveva sbagliato davvero: l’AI aveva lavorato con quello che trovava, cioè quasi niente.

Oggi le presentazioni, i post e i documenti si fanno sempre più spesso con l’intelligenza artificiale, ed è un bene: si risparmia tempo e ognuno è più autonomo. L’AI però non conosce la tua immagine aziendale finché qualcuno non gliela insegna. Per questo, accanto al manuale di applicazione del logo, serve un brand kit pensato anche per l’AI, insieme a qualche buon template.

Manuale del logo e brand kit per l’AI: non sono la stessa cosa

Il manuale è un documento impaginato per le persone: racconta il marchio, mostra le versioni, spiega le regole con esempi visivi. Un grafico o una tipografia lo leggono e capiscono.

Il brand kit per l’AI contiene le stesse regole, scritte però in modo che una macchina le possa usare:

  • valori esatti, non “il nostro blu” ma #1F2A44;
  • file pronti, con nomi che dicono cosa sono;
  • divieti espliciti: “non chiudere il logo in un riquadro”, “non cambiare i colori”;
  • testo semplice, perché un PDF molto impaginato a volte l’AI lo legge male o a pezzi.

Il manuale non va buttato: è la fonte. Il brand kit lo traduce in un formato operativo.

Perché serve soprattutto se lavori in squadra

Quando in azienda una sola persona fa i materiali, la coerenza la tiene lei. Oggi invece ognuno ha il suo assistente AI: il commerciale si fa le slide, chi segue i social prepara i caroselli, il titolare genera un’immagine per un evento. Ognuno chiede all’AI “fammi qualcosa con il nostro logo”, e ogni AI si inventa il brand a modo suo.

Un brand kit condiviso evita questo. Tutti lavorano dalla stessa cartella e con le stesse istruzioni, e nessuno deve chiedere ogni volta “quale logo uso?”. In più chi arriva in azienda trova tutto in un posto solo.

Cosa mettere nel brand kit

Una struttura semplice, da adattare a ogni azienda:

pincopallo-brand-kit/
  00-leggimi.pdf
  01-logo/
  02-colori/
  03-font/
  04-template/
  05-immagini/
  06-istruzioni-ai/
  • 00-leggimi: una pagina che dice cosa c’è nella cartella, la versione del kit e a chi chiedere.
  • 01-logo: tutte le versioni (orizzontale e verticale, positivo e negativo), in PNG trasparente per il digitale e in vettoriale (.ai, .svg, .pdf) per la stampa.
  • 02-colori: la tabella con HEX, RGB e CMYK, il ruolo di ogni colore e le proporzioni d’uso (per esempio: bianco e nero dominano, i colori di brand sono accenti).
  • 03-font: i nomi dei caratteri, i pesi, dove si scaricano e cosa usare quando non si possono installare (firme email, documenti condivisi).
  • 04-template: presentazione, documento, post social. È la parte che dà carattere (ne parliamo in fondo).
  • 05-immagini: foto approvate, icone, esempi di stile (“così sì, così no”).
  • 06-istruzioni-ai: un file di testo (.txt o .md) con le regole scritte per l’AI. È il pezzo che quasi nessuno ha.

Come costruirlo partendo dal manuale

Il punto di partenza è il materiale che l’azienda ha già: il manuale in PDF, i file originali del logo, i biglietti da visita, le firme email, magari qualche presentazione. Tutto in una cartella.

A quel punto l’AI può fare una parte del lavoro sorprendentemente utile: leggere i file, estrarre colori e font, preparare una prima bozza del kit e, soprattutto, trovare le incoerenze. Per EzIT ed EzAI, per esempio, ho fatto leggere a Claude la cartella condivisa del cliente. Sono venute fuori firme email con colori leggermente diversi da quelli del logo, font rimasti dalle bozze nei file dei biglietti e due file con lo stesso ruolo e nomi diversi.

Le decisioni però restano umane: quali valori sono quelli giusti, l’area di rispetto, le dimensioni minime, cosa non si fa mai. L’AI propone, chi conosce il marchio decide.

Il metodo, in sintesi:

  1. Raccogli il manuale e i file originali in una cartella.
  2. Fai leggere tutto all’AI e chiedile una prima bozza del kit, più un elenco delle incoerenze trovate.
  3. Controlla e decidi: ogni valore va verificato da chi conosce il marchio.
  4. Scrivi le istruzioni per l’AI in un file di testo breve e diretto.
  5. Prova: chiedi una slide, un post, una copertina, e guarda dove sbaglia. Ogni errore diventa una regola in più.

Le istruzioni per l’AI: un esempio

Il file nella cartella 06 deve essere corto: più è chiaro, più viene rispettato. Ecco come potrebbe essere per un’azienda inventata, la Pincopallo Srl:

Sei l'assistente grafico di Pincopallo Srl.
Usa solo i file di logo forniti: non disegnare, non ricostruire
e non generare il logo.
Logo positivo su fondi chiari, negativo su fondi scuri (#1F2A44).
Mai il logo dentro riquadri, cornici o forme.
Colori: blu notte #1F2A44, arancio #F28C28, grigio caldo #E8E4DE.
Il bianco domina, l'arancio è solo un accento.
Testo colorato su bianco solo in blu notte.
Font: Lora per i titoli, Inter per i testi.
Si scrive Pincopallo, mai PincoPallo né PINCOPALLO nei testi.
Tono: cordiale, concreto, niente paroloni.
Se una richiesta va contro queste regole, segnalamelo.

L’ultima riga è la più utile: così l’AI non si limita a eseguire, ma ti avvisa quando stai per uscire dalle regole.

Come caricarlo nei principali strumenti AI

Le funzioni cambiano spesso e dipendono dal piano di abbonamento, quindi conviene verificare cosa offre il tuo. Il principio però è uguale ovunque: istruzioni fisse + file di riferimento, in uno spazio che il team condivide.

  • Claude: crea un Progetto, incolla il testo della cartella 06 nelle istruzioni e carica tra le conoscenze del progetto il PDF, la tabella colori e i loghi. Con i piani per team il progetto si condivide con i colleghi.
  • ChatGPT: stessa logica con i Progetti (istruzioni e file), oppure con un GPT personalizzato che si può condividere con un link.
  • Gemini: un Gem con le istruzioni e i file presi da Google Drive. Il vantaggio è che, se aggiorni il file su Drive, il Gem usa la versione nuova.
  • Microsoft Copilot: se lavori in Microsoft 365, il kit sta su SharePoint o OneDrive e si collega come fonte a un agente o a un notebook.
  • Canva: ha il suo Brand Kit, con loghi, colori e font caricati una volta e disponibili per tutto il team. È il posto giusto per i template di social e presentazioni.

Anche gli strumenti per generare immagini permettono di salvare stile, colori e riferimenti visivi, ed è utilissimo per avere foto e illustrazioni coerenti. Però è un altro lavoro: lì si costruisce un’estetica, qui si fissano le regole del marchio.


Una regola che vale ovunque: il logo non si fa generare all’AI. Si inserisce come file.
L’AI è bravissima con atmosfere, foto e composizioni; lettering e marchi vanno rifiniti a mano, in Illustrator, Figma o simili.

Dove tenerlo: prima il cloud, poi tutto il resto

La regola è una sola fonte, tanti collegamenti. Il kit vive in una cartella cloud (Google Drive, OneDrive, SharePoint, Dropbox) di proprietà dell’azienda, non sul computer di un dipendente o del grafico. Tutti gli altri posti puntano lì.

  • Intranet: una pagina “Il nostro marchio” con anteprima dei loghi, regole essenziali e link alla cartella. Su SharePoint, Notion o Google Sites si fa in mezz’ora.
  • Strumenti AI e Canva: si caricano le copie, sapendo che l’originale è nel cloud. Quando il kit cambia, si aggiorna prima il cloud e poi gli strumenti.
  • Permessi: in lettura per tutti, in modifica per una o due persone. Altrimenti dopo sei mesi il kit ha tre versioni.
  • Fornitori esterni (tipografia, agenzia, videomaker): link alla cartella, senza mandare allegati che poi girano per anni.

Come nominare i file

L’AI legge anche i nomi dei file e li usa per capire cosa sono. “logo definitivo ULTIMO ok2.png” non aiuta nessuno. Uno schema semplice:

brand-elemento-variante-colore.estensione
  • tutto minuscolo, niente spazi, accenti o caratteri speciali;
  • trattini per separare le parole;
  • sempre lo stesso ordine;
  • la versione e la data solo sui documenti che cambiano.

Esempi:

pincopallo-logo-orizzontale-positivo.png
pincopallo-logo-orizzontale-negativo.png
pincopallo-logo-verticale-positivo@2x.png
pincopallo-logo-orizzontale-positivo.svg
pincopallo-colori.pdf
pincopallo-template-presentazione.pptx
pincopallo-istruzioni-ai.md
pincopallo-brand-kit-v1-2026-11.pdf

Sembra pignoleria. Poi un giorno cerchi “il logo bianco per le magliette” e lo trovi in tre secondi.

Il brand kit va messo online?

Dipende da quale parte. Conviene dividerlo così:

  • Pubblica: una pagina “Area stampa” o “Media kit” sul sito, con i loghi principali in PNG, i colori di base e due regole d’uso. Serve a giornalisti, partner ed eventi, ed evita che il tuo logo venga preso da Google in bassa risoluzione.
  • Riservata, con link: vettoriali, template, foto, istruzioni per l’AI, tono di voce. Non sono segreti di Stato, ma sono strumenti di lavoro e devono restare aggiornati in un posto controllato.

Le note interne (concorrenti, strumenti, cose da non dire) non vanno online.

Le regole evitano gli errori, il template dà carattere

Con un buon brand kit le presentazioni fatte con l’AI escono corrette: logo giusto, colori giusti, font giusti. Corrette, però spesso piatte. Il carattere lo dà il template: una griglia riconoscibile, un elemento grafico che ritorna, titoli che dicono qualcosa, una regola chiara per le immagini (scontornate oppure incorniciate, non a caso).

E anche il template non basta da solo. Nel kit puoi descrivere il tono di comunicazione nel modo più preciso possibile, ma un progettista bravo non lo applica come un timbro. Ogni volta inventa il racconto adatto all’argomento: una presentazione per gli investitori non ha lo stesso respiro di un post sulla festa aziendale. E capisce quando è il caso di uscire un po’ dai binari, perché a volte la regola rispettata alla lettera è proprio quella che rende tutto uguale e dimenticabile.

L’AI è un collaboratore velocissimo, ma non conosce il tuo marchio finché non glielo spieghi. Il brand kit glielo spiega una volta sola, per tutti; il resto lo fa ancora chi progetta.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra brand kit e manuale d’uso del logo?

Il manuale d’uso è il documento completo che descrive il marchio in ogni dettaglio. Il brand kit ne è la versione operativa: i file pronti, le regole essenziali e i modelli da usare ogni giorno. Spesso il kit nasce dal manuale, ma si rivolge a un pubblico più ampio.

Un brand kit serve anche a una piccola azienda?

Sì, forse ancora di più. Nelle piccole aziende i materiali li preparano persone diverse, spesso di corsa: un kit essenziale evita che ognuno reinventi il logo a modo suo.

Si può usare un brand kit con gli strumenti di intelligenza artificiale?

Sì. Claude, ChatGPT, Gemini, Copilot e Canva permettono di caricare file, istruzioni o modelli da riutilizzare. Il kit diventa così un riferimento comune per le persone e per l’AI.

Quanto tempo serve per realizzarlo?

Dipende dal punto di partenza. Se logo e immagine coordinata esistono già e sono in ordine, un kit essenziale si prepara in tempi brevi; se il marchio va prima sistemato, si comincia da un restyling.

Hai un manuale del logo che nessuno apre, o non hai nemmeno quello? Scrivimi: lo trasformo in un brand kit pronto da usare con il tuo team e con l’AI.